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lunedì 24 settembre 2012
domenica 23 settembre 2012
"Accorpamenti e spending review: stiamo buttando via il bambino per berci l’acqua sporca" Prc interviene nel dibattito sul riordino delle Province
SIENA.
In questi giorni il dibattito sull’accorpamento delle province ha
scatenato un’intensa opera di proposte e posizionamenti delle varie
forze politiche ognuna impegnata nel lamentarsi dell’accorpamento e, al
contempo, propagandare Siena come capoluogo di non si sa bene cosa
(Grosseto?, Arezzo?, entrambe?)
Leggendo ad esempio
il resoconto scaturito dall’iniziativa organizzata dal PD su questo
tema, siamo rimasti confusi nel sentire dichiarazioni come quelle del
responsabile provinciale degli enti locali Biagianti il quale, ci sembra
di capire, veda con angoscia la mancanza di democrazia che si verrebbe a
creare con l’istituzione di superorganismi composti da poche persone
non elette dai cittadini e s’interroga con preoccupazione su come poter
salvare e razionalizzare le funzioni e i servizi che attualmente
svolgono le province. Siamo pienamente d’accordo ma… ci sembra di notare
un’ipocrita schizofrenia nel sentir chiedere ai propri parlamentari di
non appoggiare una riforma che hanno già provveduto a sostenere. Tutto
ciò ha dell’assurdo e raggiunge il grottesco se ci sommiamo il fatto che
non è carino fingere di preoccuparsi del corretto riordino dei servizi
ai cittadini dopo aver votato in parlamento le “Disposizioni urgenti per
la revisione della spesa pubblica” meglio nota come Spending Review, la
quale non riduce per nulla selettivamente gli sprechi e la spesa
pubblica inutile, come contestato dal nostro Partito al Presidente Monti
nella sua giratina a Siena, ma serve ad aumentare i tagli agli Enti
Locali, alla sanità, ai servizi.
Il Partito della
Rifondazione Comunista è cosciente del sentimento di repulsione verso la
politica che anima il popolo. E siamo anche coscienti di come ciò
generi una confusa disattenzione verso i problemi della rappresentanza
democratica che viene ormai disegnata dai media come un costo del tutto
improduttivo. Se siamo giunti a questo, però, non è colpa della troppa
democrazia (che per noi è controllo dal basso da parte dei cittadini
sulle azioni degli eletti) bensì del suo esatto opposto. Come esempio di
ciò possiamo portare le privatizzazioni di tutti quei servizi pubblici
che venivano svolti dai lavoratori direttamente impiegati dai Comuni e
le Province i cui costi potevano essere controllati mentre da anni si è
moltiplicato a dismisura il ricorso alla creazione e al foraggiamento di
appalti e, soprattutto, di società partecipate (per la Provincia di
Siena parliamo di circa 20) che a loro volta hanno consigli di
amministrazione che prevedono per i loro membri indennità di molte
decine e in qualche caso di centinaia di migliaia di euro (pensiamo ai
Presidenti di Apea, di SienAmbiente di Siena Casa, dell’Aeroporto di
Ampugnano etc.) E’ evidente come questi enti derivati abbiano creato dei
“postifici di lusso” ad uso indiscriminato dei partiti politici che
gestiscono il potere.
Se quanto detto sin
qui è il vero motivo fondante del sentimento generalizzato di
antipolitica ci chiediamo come la soluzione a questi problemi possa
essere la contrazione del numero delle province se ad essa corrisponde,
ad esempio, il proliferare delle Unioni dei Comuni tanto care al PD e al
PDL, anche'esse istituzioni delegate, elette dai consigli comunali e
non sottoposte al voto ed alla partecipazione dei cittadini, in cui si
rafforza la gerarchizzazione della politica e insieme la moltiplicazione
degli enti e delle funzioni che creano posti di potere e costi
aggiuntivi.
Le ragioni di fondo
del nostro giudizio assai negativo sul provvedimento sono dunque
chiarissime: in primo luogo, si tenta di azzerare il sistema di elezione
democratica degli EELL, innalzando ulteriormente soglie di sbarramento e
centralizzando tutti i poteri nei Presidenti; in secondo luogo, i tagli
e il mutamento delle circoscrizioni provinciali (art.13 della
Costituzione) lungi dal consentire risparmi – come indicato da un
recente studio elaborato dal CERTET Bocconi – produrranno costi
aggiuntivi per lo Stato e la Pubblica Amministrazione ingenerando caos e
conseguenze pesanti per i lavoratori impiegati nei servizi (tanto più
se in appalto) e i cittadini che di questi servizi avrebbero diritto di
fruire come sancito costituzionalmente.
Infine, a proposito
di PD e Costituzione, ci chiediamo come mai ben sette Regioni abbiano
promosso contro l’art. 23 del DL 201/2011 un ricorso alla Corte
Costituzionale ma tra queste non ci sia la Regione Toscana la cui Giunta
ha scartato tale azione con l’unica contrarietà di Rifondazione
Comunista. C'è da capire in questo quadro quali saranno le future mosse
del Pd, se ci si fermerà alla “convegnistica” o se si farà realmente
pressione sul Presidente della Regione Rossi per un'azione di contrasto
all’implementazione di questo provvedimento.
Matteo Mascherini - Segretario Provinciale PRC Siena
Angela Bindi - Resp.le Provinciale Enti Locali PRC Siena
venerdì 21 settembre 2012
Il catastrofico day after per gli italiani
di Vladimiro Giacchè
Caso Ilva e caso Alcoa. Due storie molto
diverse tra loro, che hanno però anche qualcosa in comune. In entrambi i
casi, si tratta di ex imprese pubbliche che sono state privatizzate.
È un buon esempio di quanto pesino tuttora sulla nostra economia gli esiti delle privatizzazioni degli anni Novanta. Già questo sarebbe un ottimo motivo per occuparsene. Ma non è il solo. Oggi si torna a parlare della vendita di proprietà pubbliche per ridurre il debito. Sarebbe una buona idea? Capire cosa è successo venti anni fa può aiutarci a rispondere a questa domanda.
1) Dal 1992 al 2000 la gran parte dell’i n dustria di Stato e delle banche pubbliche è stata posta sul mercato. Si tratta del più ampio processo di privatizzazione mai realizzato in Occidente. La tecnostruttura guidata da Mario Draghi, all’epoca direttore generale del Tesoro (che mantenne la carica sotto 6 diversi ministri), privatizzò imprese statali per un valore di 220.000 miliardi di lire, oltre 110 miliardi di euro.
È un buon esempio di quanto pesino tuttora sulla nostra economia gli esiti delle privatizzazioni degli anni Novanta. Già questo sarebbe un ottimo motivo per occuparsene. Ma non è il solo. Oggi si torna a parlare della vendita di proprietà pubbliche per ridurre il debito. Sarebbe una buona idea? Capire cosa è successo venti anni fa può aiutarci a rispondere a questa domanda.
1) Dal 1992 al 2000 la gran parte dell’i n dustria di Stato e delle banche pubbliche è stata posta sul mercato. Si tratta del più ampio processo di privatizzazione mai realizzato in Occidente. La tecnostruttura guidata da Mario Draghi, all’epoca direttore generale del Tesoro (che mantenne la carica sotto 6 diversi ministri), privatizzò imprese statali per un valore di 220.000 miliardi di lire, oltre 110 miliardi di euro.
Questo rispondeva al primo obiettivo
delle privatizzazioni: fare cassa per ridurre il debito pubblico ed
entrare nel club della moneta unica. Anche se in molti casi sarebbe
stato più conveniente per lo Stato mantenere il controllo delle imprese e
incassare ogni anno un dividendo.
2) Ma c’era anche un secondo obiettivo:
ridurre il ruolo dello Stato nell’economia e aumentare la concorrenza.
Come scrisse Dario Scannapieco, membro del team di Draghi al Tesoro e
oggi vicepresidente della Bei «si è sfruttata l’occasione offerta dalla
necessità ed urgenza di rispettare gli stringenti vincoli esterni,
imposti dalla partecipazione all’Unione Monetaria Europea, per avviare
iniziative volte alla ridefinizione del ruolo dello Stato ed alla
riforma, in senso maggiormente concorrenziale, dei mercati ». La prima
cosa fu realizzata, la seconda no. Ma è proprio la presenza di
concorrenti che costringe le imprese ad adottare comportamenti
efficienti, mentre non esiste alcuna dimostrazione scientifica della
maggiore efficienza dell’impresa privata rispetto all’impresa pubblica
in quanto tale. Tra le società privatizzate vi erano monopoli naturali,
per definizione non soggetti alla concorrenza (si pensi alle
autostrade). In altri casi, non furono attuate le necessarie
liberalizzazioni prima di privatizzare, e quindi le imprese privatizzate
poterono godere di una rendita di monopolio.
Una ricerca condotta anni fa da Giovanni Siciliano sulle banche italiane privatizzate evidenziò dati deludenti sia in termini di produttività, che di redditività; a quest’u l timo riguardo le banche piccole non privatizzate andavano addirittura meglio di quelle privatizzate. Tanto da indurre lo stesso Siciliano a concludere: «È difficile dire se le privatizzazioni bancarie abbiano «funzionato».
3) Infine, il terzo obiettivo delle privatizzazioni: rafforzare con la quotazione in borsa delle imprese ex pubbliche il mercato azionario italiano, introdurre anche in Italia il modello della public company anglosassone (l’impresa quotata con un capitale distribuito tra molti azionisti), inducendo anche molte imprese private a quotarsi e dando vita così alla «democrazia economica dei piccoli investitori». Da questo punto di vista il fallimento delle privatizzazioni è stato pressoché totale. È vero che negli anni delle privatizzazioni i tre quarti della capitalizzazione di borsa furono costituiti da società ex pubbliche. Ed è vero che molti risparmiatori (e anche molti lavoratori delle ex imprese pubbliche privatizzate) parteciparono alle privatizzazioni. Ma già nel 2003 Luigi Spaventa, all’epoca presidente della Consob, osservò che «la maggior parte delle principali società private ad azionariato diffuso sono state oggetto di successive acquisizioni che hanno portato in alcuni casi al loro delisting [cancellazione dalla Borsa] o alla determinazione di un assetto di controllo fortemente concentrato».
Da allora, la concentrazione del controllo delle imprese quotate è ulteriormente cresciuta, pochissime società private si sono quotate e la capitalizzazione complessiva di Borsa a maggio 2012 è oggi inferiore al 20% del prodotto interno lordo (era maggiore nel 1996).
In compenso, molti nomi storici del capitalismo italiano si sono comprati imprese pubbliche in vendita. Rivolgendosi in particolare verso quelle che forniscono servizi di pubblica utilità. Il perché è presto detto: queste società rappresentano una fonte di profitti certa, che spesso può godere di una rendita di monopolio o di oligopolio. Si tratta per di più di una fonte di profitti sottratta non soltanto alle fasi alterne del ciclo (le bollette si pagano sempre), ma anche alla concorrenza internazionale.
A consuntivo, il risultato delle privatizzazioni per il sistema economico italiano è a dir poco deludente. La presenza del settore pubblico nell’economia si è ridotta al lumicino, ponendo la parola fine all’economia mista che aveva caratterizzato il nostro paese per molti decenni e privando lo Stato di strumenti fondamentali di politica industriale e anche di intervento nella congiuntura (si pensi al costo delle tariffe autostradali, o alla restrizione del credito alle imprese a cui stiamo assistendo).
In compenso, le privatizzazioni hanno rappresentato una provvidenziale scialuppa di salvataggio per capitalisti in difficoltà nel settore manifatturiero. Pirelli comprò Telecom nel 2001, quando entrarono in crisi i settori cavi e sistemi di telecomunicazione, Benetton lanciò l’offerta pubblica di acquisto sulle azioni Autostrade nel 2003, dopo aver chiuso il 2002 con un risultato operativo in calo del 15% e una perdita netta di 10 milioni di euro. Come scrisse anni fa Giangiacomo Nardozzi, «la grande stagione delle privatizzazioni ha sì lasciato la gran parte delle attività dismesse in mani italiane, ma a costo di indebolire lo slancio competitivo di importanti pezzi dell’industria, offrendo occasioni di più facili profitti». Se i primi undici anni del nuovo millennio hanno visto la crescita più bassa dal dopoguerra il motivo va ricercato anche in questo. Il consenso quasi unanime che le privatizzazioni hanno ricevuto in sede parlamentare è probabilmente uno dei motivi per i quali non si è mai sviluppato un effettivo dibattito sui loro effetti. «Pubblico» intende contribuire a colmare questa lacuna. E vuole farlo a partire da un punto di vista particolare. Le privatizzazioni sono state anche un processo che ha coinvolto milioni di lavoratori. La loro voce non è stata mai ascoltata.
Li invitiamo a raccontarci le loro storie dopo essere diventati piccoli azionisti ed aver partecipato ai collocamenti di aziendei di Stato. A dirci in che modo le privatizzazioni hanno cambiato la loro impresa, il loro lavoro e la loro vita. Come è andata a finire?
Una ricerca condotta anni fa da Giovanni Siciliano sulle banche italiane privatizzate evidenziò dati deludenti sia in termini di produttività, che di redditività; a quest’u l timo riguardo le banche piccole non privatizzate andavano addirittura meglio di quelle privatizzate. Tanto da indurre lo stesso Siciliano a concludere: «È difficile dire se le privatizzazioni bancarie abbiano «funzionato».
3) Infine, il terzo obiettivo delle privatizzazioni: rafforzare con la quotazione in borsa delle imprese ex pubbliche il mercato azionario italiano, introdurre anche in Italia il modello della public company anglosassone (l’impresa quotata con un capitale distribuito tra molti azionisti), inducendo anche molte imprese private a quotarsi e dando vita così alla «democrazia economica dei piccoli investitori». Da questo punto di vista il fallimento delle privatizzazioni è stato pressoché totale. È vero che negli anni delle privatizzazioni i tre quarti della capitalizzazione di borsa furono costituiti da società ex pubbliche. Ed è vero che molti risparmiatori (e anche molti lavoratori delle ex imprese pubbliche privatizzate) parteciparono alle privatizzazioni. Ma già nel 2003 Luigi Spaventa, all’epoca presidente della Consob, osservò che «la maggior parte delle principali società private ad azionariato diffuso sono state oggetto di successive acquisizioni che hanno portato in alcuni casi al loro delisting [cancellazione dalla Borsa] o alla determinazione di un assetto di controllo fortemente concentrato».
Da allora, la concentrazione del controllo delle imprese quotate è ulteriormente cresciuta, pochissime società private si sono quotate e la capitalizzazione complessiva di Borsa a maggio 2012 è oggi inferiore al 20% del prodotto interno lordo (era maggiore nel 1996).
In compenso, molti nomi storici del capitalismo italiano si sono comprati imprese pubbliche in vendita. Rivolgendosi in particolare verso quelle che forniscono servizi di pubblica utilità. Il perché è presto detto: queste società rappresentano una fonte di profitti certa, che spesso può godere di una rendita di monopolio o di oligopolio. Si tratta per di più di una fonte di profitti sottratta non soltanto alle fasi alterne del ciclo (le bollette si pagano sempre), ma anche alla concorrenza internazionale.
A consuntivo, il risultato delle privatizzazioni per il sistema economico italiano è a dir poco deludente. La presenza del settore pubblico nell’economia si è ridotta al lumicino, ponendo la parola fine all’economia mista che aveva caratterizzato il nostro paese per molti decenni e privando lo Stato di strumenti fondamentali di politica industriale e anche di intervento nella congiuntura (si pensi al costo delle tariffe autostradali, o alla restrizione del credito alle imprese a cui stiamo assistendo).
In compenso, le privatizzazioni hanno rappresentato una provvidenziale scialuppa di salvataggio per capitalisti in difficoltà nel settore manifatturiero. Pirelli comprò Telecom nel 2001, quando entrarono in crisi i settori cavi e sistemi di telecomunicazione, Benetton lanciò l’offerta pubblica di acquisto sulle azioni Autostrade nel 2003, dopo aver chiuso il 2002 con un risultato operativo in calo del 15% e una perdita netta di 10 milioni di euro. Come scrisse anni fa Giangiacomo Nardozzi, «la grande stagione delle privatizzazioni ha sì lasciato la gran parte delle attività dismesse in mani italiane, ma a costo di indebolire lo slancio competitivo di importanti pezzi dell’industria, offrendo occasioni di più facili profitti». Se i primi undici anni del nuovo millennio hanno visto la crescita più bassa dal dopoguerra il motivo va ricercato anche in questo. Il consenso quasi unanime che le privatizzazioni hanno ricevuto in sede parlamentare è probabilmente uno dei motivi per i quali non si è mai sviluppato un effettivo dibattito sui loro effetti. «Pubblico» intende contribuire a colmare questa lacuna. E vuole farlo a partire da un punto di vista particolare. Le privatizzazioni sono state anche un processo che ha coinvolto milioni di lavoratori. La loro voce non è stata mai ascoltata.
Li invitiamo a raccontarci le loro storie dopo essere diventati piccoli azionisti ed aver partecipato ai collocamenti di aziendei di Stato. A dirci in che modo le privatizzazioni hanno cambiato la loro impresa, il loro lavoro e la loro vita. Come è andata a finire?
Scrivetecelo sulla mail
redazione@pubblico.eu
pubblico 20 settembre 2012
giovedì 20 settembre 2012
Ripartono gli operai di Pomigliano
di Giuliano Pennacchio
Un’assemblea operaia, promossa dalla FIOM per ripartire dopo le menzogne sul piano Fabbrica Italia di Sergio Marchionne. Al Gian Battista Vico a luglio 2013 scade la cassa integrazione per quei lavoratori, più di duemila, che non sono stati assorbiti nella Newco. La rabbia taglia l’aria. Franco Percuoco delegato FIOM è estremamente chiaro: è in ballo il futuro di migliaia di famiglie e di una intera comunità. Non c’è più tempo: occorre una proposta che garantisca tutti i quattromila lavoratori della FIAT di Pomigliano (i duemila che stanno in fabbrica e gli altri che restano oggi fuori) per ricostruire l’unità e per poter mantenere il posto di lavoro.
Ridurre l’orario, far partire i contratti di solidarietà, ridistribuire il lavoro in tempo di crisi, così come stanno facendo alla Wolkswagen, è questa la ricetta di buon senso che i vertici della FIOM offrono anche alle altre forze sindacali. Il governo Monti non se la potrà cavare solo appellandosi alla libertà d’impresa. Si sono lasciate libere le mani alle imprese per troppi anni; alla FIAT si è permesso di delocalizzare le attività senza nessun vincolo, dopo aver utilizzato cospicui finanziamenti pubblici a perdere.
La storia del padronato italiano un po’ straccione ed indisponibile ad un qualsiasi rischio dei propri capitali si ripete: il piano Fabbrica Italia è una evidente riprova; Andrea Amendola, segretario regionale FIOM, lo denuncia con chiarezza e si spinge oltre: occorre cambiare un quadro generale per ricostruire rapporti di forza più favorevoli ai lavoratori.
In tal senso un forte impegno dovrà essere profuso per la raccolta di firme per i quesiti referendari che chiedono l’abolizione dell’articolo 8 imposto in finanziaria dall’allora ministro Sacconi (confermato dalla ministro Fornero) che consente in qualsiasi azienda, di derogare i contratti collettivi nazionali e il ripristino del vecchio articolo 18 sulla reintegra al posto di lavoro per licenziamento senza giusta causa. La battaglia degli operai di Pomigliano passerà anche attraverso il ripristino dei diritti e al Gian Battista Vico, molto presto, si costituirà il Comitato per i due referendum sul lavoro.
La tensione sale. Viene deciso di organizzare un corteo per le strade della città e subito viene contestato un ex consigliere regionale del PD che era lì.
I lavoratori si dirigono al Comune. La giunta di centro – destra, che ha sponsorizzato il Piano Italia di Sergio Marchionne si barrica nella casa comunale; accorre la polizia. Il corteo si sposta, allora, sotto la sede della UIL, un sindacato ‘amico’ di Marchionne; partono alcune uova che colpiscono la sede sindacale. La protesta si conclude con un blocco stradale fuori la zona industriale.
Tante faccia nuove di lavoratori non iscritti a nessun sindacato, tanti giovani e la consapevolezza che la lotta sarà dura. A Roma, a Roma, è la richiesta che sale dal corteo. FIAT, ALENIA, ILVA, ALCOA il governo Monti non potrà più sfuggire alle sue responsabilità.
mercoledì 12 settembre 2012
Nazionalizzare Alcoa, Carbosulcis e Ilva
di Fabio Marcelli
La manifestazione di ieri a Roma degli operai dell’Alcoa ha mostrato a quali livelli sia giunta l’esasperazione dei lavoratori e delle lavoratrici del nostro Paese. Personalmente mi dispiace che a farsi male, come al solito, siano stati qualche operaio e qualche poliziotto e carabiniere, lavoratori delle forze dell’ordine, ma lavoratori anch’essi, come più volte ho sostenuto e continuerò a fare. Non è infatti accettabile che i conti lasciati da una classe politica, imprenditoriale e finanziaria impresentabile e incompetente siano pagati come al solito da chi lavora. E soprattutto non è accettabile che migliaia e migliaia di famiglie, in Sardegna, come nel resto d’Italia, siano di fronte al baratro della disoccupazione e della miseria.
La contestazione a Fassina, che pure non è il peggiore fra i democratici, ma che paga le politiche scandalose di un partito che ha oramai abbandonato la rappresentanza del lavoro, dovrebbe finalmente parlare chiaro e aprire gli occhi a quanti continuano a sostenere in buona fede il governo Monti.
Dopo aver portato l’acqua con le orecchie al capitale finanziario, che pure a parole ha criticato dalla tribuna del festival nazionale Pd, il buon Bersani si appresta a essere liquidato e sostituito da un Renzi qualsiasi, che costituisce uno dei cavallini, più o meno di razza, che le caste dominanti si apprestano a lanciare sulla scena politica. Si continua così la tradizione degli utili idioti, che nel nostro Paese risale perlomeno fino a Togliatti, il quale almeno aveva tutt’altra classe e qualche risultato lo portava a casa.
Ma queste, in fin dei conti, sono questioni secondarie. Quello che conta è che il prezzo della crisi si vuole ancora una volta farlo pagare alla classe operaia e alla stragrande maggioranza del popolo italiano, e nessuno può negare che questa sia la direzione in cui, con coerenza ed efficacia, si è mosso fin dall’inizio il governo Monti, forte dell’appoggio di Napolitano e di ABC.
Al tempo stesso stupisce il cinismo e il disinteresse dei cosiddetti tecnici nei confronti della struttura industriale del nostro Paese. Abbiamo o no bisogno di alluminio, acciaio, energia e tante altre cose? E perché continuare nell’illusione che il capitale multinazionale debba per forza essere interessato a salvare la situazione? Perché sottostare ai diktat dei predatori stranieri e nostrani (a partire da Marchionne)?
L’unica soluzione, come correttamente indicato da Paolo Ferrero, è, in assenza di alternative praticabili che consistano nell’identificazione di soggetti credibili disposti a investire, la nazionalizzazione di tutti i settori strategici, a partire da Alcoa, Carbosulcis e Ilva. Si tratta insomma di invertire il percorso disgraziato iniziato circa vent’anni fa con le dismissioni, i cui risultati assolutamente catastrofici sono sotto gli occhi di tutti e che oggi questo governo vorrebbe purtuttavia riprendere e portare alle estreme conseguenze.
Certo occorrono investimenti per salvare ed estendere l’ccupazione, garantendo al tempo stesso l’ambiente e la salute.
Questo ovviamente richiede la messa in discussione profonda dei dogmi ideologici che presiedono attualmente alle politiche europee e dei corposi interessi di classe che li sottendono. Ma questo è oggi più che mai necessario per uscire dalla crisi e andare avanti. O qualcuno si illude che bastino i pannicelli caldi del signor Draghi?
Sono assolutamente convinto che è vero l’opposto di quanto affermato recentemente da Monti, il quale ha tendenziosamente affermato che non è pompando soldi pubblici che si otterrà la ripresa. Infatti la storia ha sufficientemente dimostrato che senza uno sforzo degli organismi pubblici e una direzione precisa l’economia da sola né si autoregola né si rilancia. Ciò è stato anche teorizzato dagli economisti più avveduti e intelligenti, da Lord Keynes agli odierni Stiglitz, Krugman, Roubini.
Vorrei aggiungere che l’intervento pubblico si rivela particolarmente necessario laddove sia necessario trovare la giusta composizione fra interessi collettivi solo apparentemente in conflitto come, nel caso dell’Ilva, quello alla salute e quello al lavoro. La soluzione è infatti a portata di mano, facendo come in Germania e altrove, e cioè introducendo effettive salvaguardie ambientali e sanitarie al livello del processo produttivo. Il che ovviamente ha un certo costo che deve essere sostenuto dalle finanze pubbliche, espropriando una classe imprenditoriale che ha dimostrato di non essere assolutamente all’altezza e continua a prendere in giro i lavoratori, la città di Taranto e la stessa magistratura.
Baggianate ideologiche, dirà qualcuno. Nossignori, non avete capito che state seduti sopra un vulcano e che questa nostra povera società italiana è destinata ad esplodere o, peggio ancora, a soffocare lentamente implodendo, processo del resto già cominciato da alcuni anni a questa parte. Nessuno si illuda di poterne uscire indenne. Così si distrugge un intero Paese.
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