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sabato 22 novembre 2014

Verso lo sciopero generale


Redazione - Giovedì 4 dicembre, ore 21:00, incontro-dibattito a Poggibonsi (luogo da definire) sulle ragioni della grande mobilitazione convocata da alcune forze sindacali con la partecipazione di lavoratori delle aziende in crisi della Val d'Elsa. Concluderà DINO GRECO, della direzione nazionale di Rifondazione Comunista, già direttore del quotidiano Liberazione. 

In una fase di estrema retrocessione dei diritti dei lavoratori a causa dell'acuirsi della crisi e dell'aumento degli attacchi di classe da parte dei padroni, concretizzatisi in provvedimenti come Il pacchetto Treu, la legge Fornero e ora il Jobs Act (solo per citarne alcuni), la convocazione dello sciopero generale è una decisione giusta è sacrosanta da parte dei sindacati aderenti, anche se in ritardo visti gli ultimi trascorsi del mondo del lavoro e il trattamento ad esso riservato dai governanti e dalle potenze industriali e bancarie. Noi aderiremo convintamente ed attivamente e invitiamo tutta la cittadinanza a fare lo stesso, proponiamo inoltre di partecipare a questa iniziativa di approfondimento sul tema, convinti che agli attacchi di classe si risponda con la lotta di classe!


Organizza il comitato valdelsano dell'Altra Europa con Tsipras. CONTRO AUSTERITÀ, LIBERISMO e JOBS ACT, PER I DIRITTI DEL LAVORO.

mercoledì 19 novembre 2014

Sciopero generale spostato al 12 dicembre

Redazione - È notizia fresca che il vertice congiunto dei sindacati confederali ha rielaborato le decisioni prese in precedenza dalla sola CGIL riguardo lo sciopero generale. Eravamo rimasti ad una giornata di mobilitazione convocata solo dall'organizzazione della Camusso per il 5 dicembre (come da recente articolo su questo blog), oggi apprendiamo che la UIL si unisce nella protesta e viene deciso di spostare lo sciopero generale al 12 dicembre, mantenendo la durata di 8 ore, articolandosi in manifestazioni territoriali. Restiamo in attesa di comprendere se varierà anche le piattaforma oppure no, in ogni caso noi ci saremo e porteremo i nostri contenuti, affinché lo sciopero generale sia la prosecuzione e la maturazione di un'ampia stagione di lotta contro l'austerità e il capitalismo liberista che per salvare sè stesso affama i lavoratori e precarizza a vita chi non ha lavoro.

venerdì 14 novembre 2014

Bene lo sciopero generale della CGIL del prossimo 5 dicembre

di Roberta Fantozzi e Paolo Ferrero – Bene la decisione della Cgil di indire lo sciopero generale per il prossimo 5 dicembre. Saremo in piazza con il sindacato contro un governo che vuole smantellare definitivamente l’articolo 18 e condannare i giovani alla precarietà a vita, privatizzare il welfare e i beni comuni, demolire la Costituzione e ridurre la democrazia ad un simulacro.
Sosteniamo tutte le mobilitazioni dei prossimi giorni, dalle due giornate di sciopero e mobilitazione della Fiom, allo sciopero sociale e di genere dei movimenti precari e dei sindacati di base del 14.
Lavoreremo perché il conflitto e la mobilitazione sociale fermino le politiche di destra, inique e fallimentari del governo Renzi, e perché il 5 dicembre si fermi davvero tutto il paese.




martedì 11 novembre 2014

Dal 25 ottobre allo SCIOPERO GENERALE!


Sulla legge elettorale le due destre trattano per inventare un bipolarismo che non c’è

di Paolo Ferrero – L’incontro tra Renzi e i condannati e rinviati a giudizio rappresenta a tutti gli effetti il tentativo delle due destre di restaurare un bipolarismo che non esiste nel paese ed è anticostituzionale. Un vero e proprio interesse privato in atti pubblici che nulla ha a che vedere con il buon governo dell’Italia. La strada maestra sulla legge elettorale è che ogni italiano e italiana conti per uno – un sistema proporzionale con una preferenza – cioè la legge elettorale riscritta dalla sentenza della Consulta. www.rifondazione.it

Ocse, Ferrero: tra ladri si spalleggiano sempre! Su Jobs Act Ocse mente sapendo di mentire

di Paolo Ferrero – Tra ladri si spalleggiano sempre. E’ questa la spiegazione di quanto dice l’OCSE sul Jobs Act. L’OCSE mente sapendo di mentire perchè tutti gli studi internazionali, compresi i suoi, dimostrano che non vi è alcuna correlazione positiva tra aumento della precarietà e aumento della disoccupazione. L’OCSE sa benissimo che il Jobs Act non produrrà nemmeno un posto di lavoro ma anzi demolirà i diritti dei pochi che ancora lavorano. Il motivo di questa presa di posizione è che tutte le istituzioni internazionali, come il centro sinistra e il centro destra italiano, fanno parte di un unico partito, quello neoliberista che applica le sue ricette contro i popoli in modo bipartisan e coordinato. Questa politica deve essere rovesciata estendendo l’articolo 18 a tutti e aumentando la spesa pubblica nei settori di pubblica utilità. www.rifondazione.it

sabato 1 marzo 2014

LA NUOVA LEGGE ELETTORALE PEGGIORE DELLA PRECEDENTE.

La Costituzione della Repubblica italiana definiva in modo chiaro i ruoli dei vari organi dello Stato. Il Parlamento doveva fare le leggi, trovando convergenze particolari sui singoli provvedimenti. Al governo toccava eseguire (non a caso si chiama “esecutivo”) e solo in casi di provata emergenza poteva emanare decreti-legge, scavalcando il Parlamento. Eppure da vent’anni a questa parte si è avuto un progressivo stravolgimento dei ruoli. I governi (di tutti i colori) hanno iniziato a decidere a suon di decreti, che il parlamento poi doveva solo ratificare. Si è creato il mito della “governabilità” si è preteso di semplificare il quadro politico, cancellando le voci fuori dal coro. E parte essenziale di questo disegno volto a blindare un certo ceto politico, è stata la modifica del sistema elettorale. Le riforme del ’93 (mattarellum) e del 2006 (dal nome significativo “porcellum”) sono servite a comprimere le diverse opzioni politiche in due blocchi simili, che hanno finto per alcuni anni di essere alternativi fra loro, per poi finire a governare allegramente assieme, in nome e per conto delle banche e dei poteri forti……
La legge elettorale del 2006 aveva permesso l’imposizione di questo regime bipolare in due modi:
1) Imponendo ai partiti indipendenti una percentuale minima -per entrare in Parlamento- doppia rispetto ai partiti coalizzati. Cioè un partito fuori dal coro per entrare in Parlamento aveva bisogno del 4%, mentre una forza “allineata” poteva accedere con soltanto il 2% dei voti.
2) Imponendo la maggioranza assoluta dei seggi alla Camera alla forza che prendeva più voti, anche se sul piano proporzionale era molto lontana dal 50%. Così si escludeva a priori la necessità costituzionale di ricercare una maggioranza sui singoli provvedimenti.
3) Imponendo liste bloccate di persone scelte dai dirigenti di partito, senza la possibilità per i cittadini di esprimere preferenze o manifestare “distinguo” all’interno dei singoli partiti.
Dopo sette anni dall’approvazione del “porcellum” finalmente la Corte Costituzionale ha emesso la sentenza di INCOSTITUZIONALITA’ per i tre motivi sopra elencati.
E la risposta delle due principali forze politiche (PD e PDL) quale è stata? Semplicemente reinventarsi una nuova legge elettorale, che RIPROPONE TUTTI E TRE GLI ELEMENTI DI INCOSTITUZIONALITA’, OLTRETUTTO INGIGANTITI.
Infatti nel disegno Renzi-Berlusconi :
1) Si ripropongono gli sbarramenti “differenziati” fra i partiti fuori dal coro ed i partiti allineati. Semplicemente si raddoppiano le percentuali minime ( 8% per i partiti indipendenti – 4,5% per gli allineati) In più si inventano meccanismi che consentono di entrare in Parlamento anche agli “allineati” che non raggiungono la quota ((altro che semplificazione)) !
2) Si ripropone il premio di maggioranza assoluta per la forza che prende più voti, e se da un lato si stabilisce almeno una quota minima ( 35 o 37% ) per far scattare il premio, dall’altro si estende ad entrambe le camere, blindando la maggioranza.
3) Si ripropongono le liste bloccate, senza possibilità di esprimere preferenze, esattamente come nel “porcellum”.
Sicuramente la nuova legge elettorale –se verrà approvata- sarà oggetto di una bocciatura da parte della Corte Costituzionale, esattamente come la precedente. Ma con i tempi biblici di cui hanno bisogno gli organismi giudiziari italiani, nel frattempo la classe dirigente si sarà assicurata un altro decennio di potere senza interferenze……..

CONGRESSO CGIL: TRA ACCORDI SCELLERATI E TENTATIVI DI CAMBIAMENTO. LE PROPOSTE PER IL LAVORO DI RIFONDAZIONE COMUNISTA



Lo scorso 8 dicembre, nella sua giornata conclusiva, il congresso nazionale di Rifondazione Comunista ha approvato un ordine del giorno della federazione di Chieti che impegna il partito «ad organizzare momenti di discussione sul tema della democrazia nei luoghi di lavoro e di contrasto agli accordi che limitano i diritti dei lavoratori o li subordinano alla cosiddetta ‘competitività d’impresa’.» l’ordine del giorno chiamava in causa e criticava gli accordi del 28 giugno 2011 (sulle deroghe ai contratti) e del 31 maggio 2013 (su esigibilità dei contratti e rappresentanza sindacale). Tale impegno era (ed è) dettato dal fatto che la democrazia e l’agibilità sindacale sono questioni fondamentali «per la difesa e la tutela dei diritti nei luoghi di lavoro e per agire il conflitto quale terreno indispensabile per le conquiste dei lavoratori.» Una posizione in assoluta controtendenza rispetto alla decisione della segretaria generale della CGIL Susanna Camusso di porre la sua firma sull’accordo del 10 gennaio 2014 che disciplina in maniera dettagliata le regole sulla rappresentanza e sull’esigibilità dei contratti. Una firma che pesa come una spada di Damocle sulla testa dei lavoratori che lottano ogni giorno nei luoghi di lavoro, e sulle spalle della Fiom per schiacciarla con tutto il peso della “normalizzazione” entro cui la Cgil, da anni, cerca di riportarla. Da un punto di vista (potremmo dire) tecnico non ci sono novità sconvolgenti nell’accordo del 10 gennaio rispetto a quanto già era scritto nell’intesa del 31 maggio 2013 su rappresentanza ed esigibilità dei contratti. Solo che ora è tutto più esplicito. Mentre tra le righe dell’accordo del 10 gennaio si legge, sì, un regolamento, ma un regolamento di conti tra Susanna Camusso e Fiom, con la prima che ha sempre mal digerito la conflittualità dei metalmeccanici che non si rassegnano ad un sindacato neocorporativo.
Naturalmente nel contesto del congresso nazionale della Cgil, il quale sta vedendo una scarsissima partecipazione da parte dei lavoratori e un dibattito spesso ingessato sulle  posizioni della segreteria uscente, la questione degli ultimi tre scellerati accordi sta diventando sempre più dirimente. Senza entrare nel merito delle proposte congressuali, è necessario però notare che il primo documento sostenuto dalla Camusso, rivendica l’accordo del 31 maggio 2013 come un «accordo positivo, frutto dell’iniziativa di tutta la Cgil», senza critiche quindi. Quell’accordo è stato prodromo di quello oggi contestatissimo del 10 gennaio. Soprattutto, però, l’accordo del 31 maggio 2013, per stessa ammissione della maggioranza della Cgil (nero su bianco sul primo documento congressuale), non è scindibile dal contestatissimo accordo sulle deroghe del 28 giugno 2011. Accordo quest’ultimo che ha aperto la strada al famoso articolo 8 sui quali compagne e compagni di Rifondazione Comunista si sono spesi per raccogliere firme per un referendum abrogativo. Il secondo documento pone invece il tema del rinnovamento sindacale in senso conflittuale, volendo riportare la Cgil ad essere una grande organizzazione che tutela i lavoratori dai ricatti padronali. Per questo motivo Rifondazione Comunista nel nostro territorio si schiera a sostegno attivo di questa mozione, promuovendola nei luoghi di lavoro.
Occorre perciò lottare per evitare che la Cgil diventi a tutti gli effetti un sindacato neocorporativo assoggettato ai dettami padronali e della Confindustria. All’interno di un quadro che vede i lavoratori oggetto di un attacco costante da parte dei governi neoliberisti, volto a peggiorarne le condizioni materiali, ad eroderne le tutele ed i diritti fondamentali e costituzionalmente garantiti, ad inibirne gli strumenti di lotta, sacrificando il tutto sull’altare dell’austerità, dobbiamo, dunque, comprendere che la pace sociale e la collaborazione tra i protagonisti della produzione (i lavoratori) e i padroni voluta da Renzi e da tutta la classe dirigente italiana ha un solo e unico scopo: riconvertire il lavoro a merce al servizio dei grandi proprietari, destrutturare ogni diritto dei lavoratori e cancellare anche il concetto del lavoro come diritto. Ecco perchè il conflitto tra capitale e lavoro è oggi più attuale e più necessario che mai. Il Partito della Rifondazione Comunista sta cercando di andare in questo senso, e infatti sta per essere lanciata sul tutto il territorio nazionale una raccolta firme per un Piano per il Lavoro, una pianificazione occupazionale che fermi la precarietà dei contratti e tamponi la disoccupazione.
 La questione del lavoro però tocca molti altri ambiti, oltre a quello contrattuale. Per fermare la precarietà e lo sfruttamento occorre rilanciare con forza un intervento pubblico in settori strategici come la sanità, oppure la scuola, l’ università e la ricerca, che da anni sono oggetto di un attacco sistematico e che necessitano di un rifinanziamento e di investimenti concreti, invertendo definitivamente la rotta delle politiche dei tagli ai diritti ed ai posti di lavoro, perfettamente rispondenti alle logiche aziendalistiche e privatistiche volute dai governi neoliberisti, con il plauso della Confindustria e della CEI. Più in generale, rimettiamo al centro il tema della lotta alle privatizzazioni (acqua, rifiuti, servizi sociali, etc), poiché i tentativi in questa direzione, da parte di governo e regioni, sono già in atto, come il mancato rispetto dell'esito referendario in materia di remunerazione del capitale nel servizio idrico.
La battaglia deve poi essere condotta anche su altri fronti, come la riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario, o la lotta alle delocalizzazioni produttive, tema più che mai attuale anche all’interno del dibattito congressuale, poiché va a toccare, tra le altre cose, il problema dell’aumento dei livelli di sfruttamento, oltre che quello della logica ricattatoria del baratto tra posto di lavoro e diritti dei lavoratori, come dimostrano, solo per citare alcuni casi emblematici, le vertenze della Fiat e dell’Electrolux.

SERVIZI PRIVATIZZATI E TARIFFE ALLE STELLE: L’ALTERNATIVA E’ NECESSARIA.

Dopo un ventennio di tendenza alla privatizzazione dei servizi, da noi sempre contrastata, possiamo fare un bilancio che –in tutta evidenza- conferma i timori che abbiamo sempre avuto.
Nei “monopoli naturali” ((cioè senza concorrenza, dato che non è possibile avere in casa 20 tubi dell’acqua o del gas, e scegliere a quali allacciarsi !!)) in prima istanza possiamo notare che il costo per i cittadini è cresciuto moltissimo in tutti i servizi (gas ,luce, acqua, rifiuti..) Anzi, l’aumento delle tariffe, da alcuni anni, costituisce l’unica causa di inflazione e aumento del costo della vita in Italia. Questo perché la gestione privata, tramite società di capitali, necessita di un utile, un guadagno per i soci che non viene reinvestito nel servizio stesso. E questo sia nelle società completamente private, sia nelle società partecipate. Anzi in quest’ultime, al profitto per i soci, si sommano talvolta i costi di “apparati” spesso abnormi, costituiti da amici degli amici e raccomandati vari. In seconda istanza, a fronte dell’aumento dei costi per i cittadini, non si è visto alcun sensibile miglioramento nell’offerta. In terza istanza, in certi casi (ad esempio il servizio idrico) certi costi continuano a gravare sugli enti pubblici, perché il gestore si prende le tariffe, ma mai completamente tutti i costi della manutenzione. Cioè si privatizzano i guadagni, ma si lasciano le perdite al pubblico…
L’ideologia privatistica, esaurite le promesse di risparmio ed efficienza, ormai da tempo ha esaurito la presa sul senso comune della gente. Emblematico è stato il risultato dei referendum sul servizio idrico svoltisi nel 2011. Eppure, anche in quel caso, la classe dirigente ed i principali partiti che governano il paese, ANCHE A LIVELLO DI AMMINISTRAZIONI LOCALI, hanno semplicemente ignorato il giudizio del popolo, ed hanno continuato a privatizzare. Ultimo in ordine di tempo, ma non per importanza, il servizio postale.
Eppure il cambio di rotta, verso la ripubblicizzazione è sempre più necessario. Naturalmente toccherebbe allo Stato muoversi, ma anche le Amministrazioni potrebbero fare molto, nonostante i vari vincoli di bilancio imposti.
In primis i servizi privi di rilevanza economica, come quelli a carattere sociale, ma anche quelli a rilevanza economica di particolare impatto sulla collettività, debbono essere gestiti ed erogati direttamente dall’Ente pubblico, così come già prevede la legislazione. Per gli altri occorre rafforzare molto i controlli delle Amministrazioni “partecipanti” sulle attività dei gestori, sulla condizione lavorativa degli addetti, sulla qualità dei servizi erogati. Riguardo al servizio idrico, poi, la sconfitta della logica del profitto sarebbe a portata di mano, perché nel nostro ordinamento costituzionale il risultato di un referendum valido rappresenta una fonte di diritto prioritaria rispetto a normative o leggi ordinarie emanate dai rappresentanti eletti. Quindi se l’applicazione del risultato referendario contrasta con i vincoli di stabilità, si deve derogare a questi ultimi, visto che è prioritario il rispetto del referendum. A monte, noi proponiamo di ricercare, qualora la gestione “diretta” di un servizio non sia sostenibile, un’alternativa alla privatizzazione. Per esempio attraverso forme giuridiche diverse dalle società di capitali, come consorzi, fondazioni, aziende speciali. In Valdelsa l’esperienza della FTSA per i servizi sociali, ci dice che questa strada è non soltanto realistica, ma anche conveniente per gli utenti e per le Amministrazioni. Infine un’altra ipotesi interessante è la configurazione, in ambito europeo, della “società pubblica di diritto comunitario”, specificamente destinata allo svolgimento di servizi di interesse generale per conto degli enti pubblici proprietari. Un soggetto giuridico di questo tipo favorirebbe anche l’integrazione europea sul terreno dei servizi ai cittadini, rappresenterebbe un’alternativa concreta alla concentrazione in mani private di ingenti risorse pubbliche e garantirebbe una maggiore capacità di perseguimento di obiettivi di eguaglianza ed equità sociale.





martedì 3 dicembre 2013

Berlusconi decade, le sue politiche rimangono



La decadenza da senatore di Silvio Berlusconi è sicuramente un fatto positivo: il Parlamento è stato liberato da uno dei suoi peggiori elementi. Un personaggio, oltre che un pregiudicato, che in 20 anni ha spazzato via le enormi conquiste sociali ottenute con le battaglie dei decenni passati. Ma la sua eredità è stata ormai da tempo raccolta da tutte le forze politiche che oggi si ritrovano nel governo delle Larghe Intese, decise a rappresentare gli interessi euro/tedeschi in Italia e a far pagare la loro crisi ai lavoratori, ai disoccupati, agli studenti e a tutti i soggetti deboli della società, mantenendo i propri privilegi.
Abbiamo davanti due scelte

  1. continuare a credere alla favola che la crisi passerà, intravedendo un cambiamento in un personaggio come Renzi, che sostanzialmente continuerà sul solco tracciato da Berlusconi. La crisi non passerà, anzi aumenterà, se a cambiare non è il modello di sviluppo. 
  2. dare veramente un indirizzo politico diverso, a partire dall'annullamento della controriforma Fornero, dal ripristino dell'articolo 18,dalla revisione dei trattati internazionali che impongono all'Italia manovre economiche durissime, dal garantire a tutti una casa e un lavoro andando a prendere i soldi laddove ci sono, e cioè nelle tasche di quel 10% di ricchi che detiene il 50% dei capitali, e nazionalizzando settori strategici della produzione e della finanza, in modo da poter rilanciare l'economia italiana su basi completamente nuove!

mercoledì 6 marzo 2013

Analisi del voto


Il voto del 24/25 febbraio introduce significative novità nello scenario politico. Novità interessanti e pericolose al contempo che devono farci capire che un modo di far politica è definitivamente tramontato e certe tattiche (per la verità obsolete da anni), ormai sono addirittura suicide.

1) Dopo 20 anni ha iniziato a cedere la farsa bipolare. Per 2 decenni molti elettori hanno alternato il proprio voto fra centrodestra e centrosinistra, lamentandosi delle sempre nuove mazzate, che facevano dimenticare quelle del quinquennio precedente. Così proseguivano le stesse politiche liberiste. Oggi l'alternanza non c'è stata, e molti elettori hanno inequivocabilmente condannato i 2 "poli" come corresponsabili della stessa ricetta e della stessa situazione. Questa è senza dubbio una novità interessante, da tenere sempre in mente nelle nostre future scelte politiche.

2) Il dissenso tuttavia non si è tradotto per nulla in consenso alle forze che da sempre contrastano le politiche liberiste. E qui sta il pericolo. Il dissenso e la protesta sono state incanalate in una "mobilitazione reazionaria di massa" , fondata sul trasversalismo e l'interclassismo, che distoglie l'attenzione dai problemi veri ((banche, finanza, modo di produzione...)) e indirizza la rabbia popolare contro i "luoghi della mediazione e della rappresentanza democratica". Così il partito-azienda di Casaleggio lancia l'attacco a partiti, sindacati, rappresentanti eletti, ed in generale alle (poche) associazioni di cittadini ancora organizzate. Il movimento 5 stelle si inventa una "democrazia fluida" tutta giocata nel mondo virtuale della rete, mentre sui luoghi di lavoro del mondo reale, si teorizza il "contratto individuale" (al posto di quello collettivo) e "sindacati aziendali" (dopo lo scioglimento degli apparati e delle strutture confederali).

3) Le forze di sinistra ((sia la sinistra "addomesticata" vendoliana, che la sinistra alternativa raggruppata nella lista Rivoluzione Civile)) scendono ai minimi termini e risultano del tutto inadeguate ad intercettare il consenso popolare. I partiti della sinistra vengono visti non come la soluzione, ma come parte del problema, anzi della "casta". Sono abbandonati anche dalle realtà sindacali, politiche, e di movimento più radicali, che ((come gli Arditi nel '19)) cadono preda delle sirene eversive della classe dominante ((ormai solo dominante, in quanto non ha più alcun progetto di rilancio del paese)) e contribuiscono masochisticamente a distruggere quel poco che resta del compromesso democratico, mandando tutti i politici "affanculo" ((odierna versione del "me ne frego")).

4) Questa scomparsa della sinistra non è tuttavia uno scherzo del destino. Per due decenni infatti le forze della sinistra hanno continuato a ripetere che "un altro mondo è possibile" e che si potevano fare politiche diverse, salvo poi accodarsi nella maggior parte dei casi alle scelte dei soggetti politici più grandi e conquistare poco o niente per le fasce sociali di riferimento. Ciò ha sempre deluso le componenti più radicali, senza mai acquisire consensi più moderati. La complicità col primo governo Prodi ha dato il primo colpo serio al PRC. La reiterazione del crimine, un decennio dopo, ha prodotto il tracollo. Le successive improbabili aggregazioni che nelle intenzioni dei gruppi dirigenti della sinistra avrebbero dovuto sommare le forze di realtà assolutamente diverse, hanno completato il lavoro.

5) Tutti questi errori tattici traggono origine da un profondo errore strategico. Il nostro partito, come tutta la sinistra, ha preteso di proseguire sulla stessa via della conquista graduale di diritti e reddito (con le lotte dal basso e con la mediazione politica dall'alto), che era stata inaugurata dal "Migliore" ed aveva dato ottimi frutti negli anni '60 e '70. Ma quel periodo di conquiste era avvenuto durante il ciclo espansivo dell'economia keynesiana, in cui, non soltanto una parziale redistribuzione della ricchezza era compatibile con buoni margini di valorizzazione dei capitali, ma anzi, l'espansione dei consumi della popolazione, e quindi del mercato interno, era il volano della valorizzazione.Ma oggi in Occidente il contesto è diversissimo. Il margine di profitto in molti settori avanzati, è praticamente nullo, i tempi di rientro dagli investimenti sono lunghissimi, e come se non bastasse i mercati dell'auto e degli elettrodomestici (che avevano trainato l'economia del boom) sono da tempo ridotti a mercati "di ricambio". Le politiche liberiste perseguite ininterrottamente da decenni, non sono state uno scherzo della storia, ma la risposta necessaria ((dal punto di vista dei capitalisti)) alla sovrapproduzione di capitali ed al crollo dei margini di profitto nei principali settori avanzati. La crisi dei consumi e la sovrapproduzione di merci che oggi sono sotto gli occhi di tutti, non costituiscono il "fallimento" del liberismo (come continuano a ripetere i socialdemocratici). Non sono conseguenze impreviste come nel 1929. Al contrario sono EFFETTI CALCOLATI di politiche che scientemente puntavano a rialzare il margine di profitto, abbattendo il costo del lavoro. Perchè l'unica strategia dei capitalisti ormai non era più "incrementare la torta", ma strapparsi fette sempre maggiori della stessa torta sui mercati globali.La decrescita del mercato interno, e l'impoverimento di massa sono stati VOLUTI dalla classe dominante e dalle forze politiche che l'hanno rappresentata in questi anni. O detta in altri termini, chiunque si è trovato a governare ((senza avere un modo di produzione alternativo)) si è trovato schiacciato fra "picchiare sempre più duro sui lavoratori" e "far fuggire i capitali altrove". Naturalmente ((affidandosi solo al capitalismo ed all'investimento privato)) hanno sempre scelto la prima opzione.Le forze comuniste e di sinistra hanno preteso di continuare a cercare alleanze con le forze capitaliste più avanzate, come se il compromesso dell'era keynesiana fosse ancora possibile, ed hanno ottenuto soltanto sconfitte o accordi oscillanti fra il "deludente" ed il "catastrofico". E va sottolineato che nel perdurare dell'arretramento non perde credibilità chi sostiene certe scelte inevitabili; perde credibilità chi sostiene che si sarebbe potuto fare diversamente.

6) Ne consegue che soltanto un "modo di produzione" alternativo, una produzione non più basata sulla valorizzazione del capitale, può far uscire la Politica dal "vicolo cieco del liberismo e della crisi". Non sono più pensabili compromessi o accordicchi con forze collocate nella sola logica dell'economia di mercato. In pratica niente più "governi Prodi" o generiche "sinistre" . Da una parte le forze capitaliste, dall'altra i Comunisti.

7) Nella situazione italiana attuale, col livello di consenso a cui siamo scesi, non è pensabile tornare ad incidere nell'agenda politica nazionale. Ogni ipotesi di fuga in avanti (o indietro) è velleitaria. Non ci sono formule che a breve possono farci tornare protagonisti fra le masse. Tutto quel che possiamo fare è (come durante il fascismo) tenere in piedi una struttura di quadri più o meno presente in tutta Italia, continuare a fare un minimo di presenza (con iniziative, volantinaggi....) ed attendere gli eventi che stanno maturando fuori dai confini nazionali.

lunedì 10 dicembre 2012

Intervista a Paolo Ferrero su Radio 3 Network FM 91.7

Oggi pomeriggio su Radio 3 Network (FM 91.7 in Toscana Centrale) è andata in onda l'intervista a Paolo Ferrero che ha parlato del suo Libro "PIGS! La crisi spiegata a tutti".

Ecco l'audio dell'intervista
Paolo Ferrero su Pigs! La crisi spiegata a tutti by user15152516
Vi ricordiamo l'appuntamento di Venerdì 14 Dicembre alle 21.30 presso la libreria Il Mondo dei Libri in via Sardelli 23-27 a Poggibonsi (SI). Paolo Ferrero sarà presente e disponibile per le vostre domande.

martedì 9 ottobre 2012

Manifesto in bacheca


Le primarie? Autoproclamazioni, personalismi, chiacchiere e poco più..


E alla fine finisce tutto a tarallucci e vino. O quasi, perché dopo settimane di botta e risposta, accuse, critiche e diffamazioni varie, dopo essersi offesi in tutte le maniere ed essersele dette di tutti i colori, Bersani e Renzi hanno, con buona pace degli altri candidati-fantoccio, trovato finalmente l’accordo sulle regole che disciplineranno le primarie del PD. Nessun registro degli elettori, doppio turno, possibilità per gli elettori di votare anche solo al secondo turno e caffè di consolazione per il perdente: il lieto fine tanto auspicato in casa PD, Vendola se ne faccia una ragione. Ebbene si, perché a conti fatti il governatore della Puglia viene ridotto in questo momento, ad esser buoni, a l’outsider di turno buono per dar l’impressione che queste siano ancora primarie di coalizione e non un regolamento di conti interno al Partito Democratico. A questo punto Matteo Renzi, l’enfant prodige a capo della sempre più folta schiera di rottamatori, diviene il favorito della sfida, potendo contare, dopo l’eliminazione del registro degli elettori, su tutti i voti che gli elettori della destra liberale(in cui Renzi suscita una certa simpatia ed interesse) faranno piovere sulla sua candidatura. Non a caso la proposta in tema di fisco che Matteo Renzi va ripetendo in giro da qualche settimana, ovvero quella dei cento euro in meno di tasse per i redditi sotto i 2.000 che equivarrebbero a 100 euro in più nelle tasche dei redditi bassi per riavviare e vivacizzare l’economia ed i consumi, gli è stata data non certo da qualche giovane adepto ansioso di rottamare il proprio amministratore condominiale, bensì dall’israeliano Yoram Gutgeld, senior partner e direttore di McKinsey, una delle più famose società di consulenza al mondo. E di fatti, nella bagarre sulle primarie di questi giorni si è discusso di tutto, fuorché di programma: quello è già stato scritto da tempo dalla Troika e, come è facile prevedere, verrà declinato dal vincitore in linea con la versione “tecnica” di Monti. L’unica incertezza in questo avvilente scenario pre-elettorale sembra essere proprio la collocazione e il ruolo che dovrà assumere il “professore”: ovvero un Monti-bis alla guida di un governo tecnico rimpolpato da esponenti di quei partiti politici che lo sostengono oppure, in ultima analisi, salendo al Quirinale in veste di Presidente di una neonata Repubblica Presidenziale, con buona pace dei difensori della Costituzione Italiana che sognano ancora elezioni libere e sistema elettorale proporzionale. In questo scenario, le primarie divengono ancor più manifestamente una farsa clamorosa, alla luce della palese inutilità di elezioni in cui il programma è già stato scritto a Bruxelles e i candidati si autoproclamano a suon di post su Twitter. In un quadro di tale desolazione politica e, permettetemelo, umana, occorre dunque uno smarcamento netto della sinistra anticapitalista e comunista: se però le dichiarazioni di Paolo Ferrero, segretario del PRC, vanno in questa direzione scegliendo con risolutezza la via di uno schieramento antiliberista ed anticapitalista con tutti quelli che si oppongono alle politiche lacrime e sangue della BCE, lo stesso non si può certo affermare per le restanti anime della Federazione della Sinistra, ammaliate dalle sirene di un ritorno in parlamento “senza se e senza ma”. Dalle aperture di Diliberto dal palco della festa dell’IDV di Vasto nei confronti di un nuovo centrosinistra alle recenti dichiarazioni di Salvi e Patta sulla necessità di riaprire un dialogo “a destra”. Mi vien da domandarmi a cosa giovi il rientro in Parlamento a tutti i costi per una organizzazione politica che nel XXI secolo si definisce Comunista: se ritornare a sedere tra i banchi di Montecitorio dev’essere il fine ultimo che la Federazione si impone per scongiurare il fallimento economico e rimpinguare le casse oramai quasi del tutto vuote, allora probabilmente in molti tra dirigenti e non hanno l’esigenza di ritornare a leggere quanto affermato in maniera lungimirante da Vladimir Lenin e Pietro Secchia rispetto al ruolo di un partito comunista nella società e tra le masse. Il compito dei comunisti, dinanzi alla prossima consultazione elettorale, dev’essere invece quello di riportare le istanze di lavoratori, disoccupati e studenti, oramai disorientati dalla mancanza di un partito comunista capace di indicare la strada verso il riscatto delle masse proletarie, all’interno degli scranni parlamentari. Ricercare l’abbattimento dell’irriformabile sistema capitalistico e non lo spasmodico ritorno in Parlamento, buono solo a dar vita ad una classe dirigente autoreferenziale ed incapace di comprendere le istanze delle masse. In questa fase storica è imprescindibile rimettere al centro la più netta discontinuità con Monti e con le politiche europee, la riforma delle pensioni, il Fiscal Compact, la manomissione dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori e l'abrogazione dell'articolo 8/133 voluto dal passato governo Berlusconi. È necessario rompere le catene delle politiche liberiste e capitaliste che attraversano trasversalmente tutto l’arco parlamentare, rimettere al centro una progettualità anticapitalista che ridia dignità al lavoro, sempre più sotto attacco da parte del governo Monti e delle organizzazioni transnazionali che ne tessono la politica, e ritornare a calcare la strada che conduce al Socialismo!
Di Vincenzo Esposito, Esecutivo GC Napoli

giovedì 4 ottobre 2012

Non moriremo democristiani

PRC Pavia



Da più di due anni or sono e su invito del Partito Democratico, abbiamo accettato di partecipare al Tavolo Politico del centro-sinistra di Pavia. Spinti da uno spirito davvero sincero, per la costruzione di un'alternativa politica in città e per liberarla dalla classe politica di un centrodestra affaristico e privatistico, profondamente infettato dal populismo xenofobo e razzista della Lega. Per costruire appunto, un'alternativa in una città dove la politica negli ultimi anni non era altro che il cane ben addestrato del potere, pronto ad azzannare chiunque tocchi gli interessi degli speculatori parassitari che per anni hanno trasformato Pavia in una città cementificata rendendola di fatto, una città fantasma nel panorama lombardo. Una città dove i giovani non hanno altro da fare che riversarsi nelle strade della movida, i lavoratori a fare chilometri e chilometri per recarsi ai propri posti di lavoro, ammesso di averne ancora uno, gli anziani a chiudersi in casa per mancanza di qualsivoglia progetto sociale. Insomma, una città dormitorio. Per questo abbiamo accettato di sederci a quel tavolo, per un progetto diverso. Un progetto che metta al centro la persona, l'ambiente, il lavoro, la socialità dei cittadini, l'antifascismo, i valori della resistenza e l'antirazzismo. Ci siamo impegnati a fondo con militanti, attivisti, simpatizzanti e con le nostre esigue risorse economiche a promuovere diverse iniziative tra cui, il documento redatto dal tavolo con le osservazioni dei cittadini sul PGT. Ma ahinoi, ci siamo illusi e lo diciamo con grande rammarico. La complicità e la partecipazione del Partito Democratico al massacro sociale perpetrato ai danni dei cittadini e lavoratori italiani attraverso le misure draconiane del governo Monti non potevano lasciarci indifferenti. Dalla riforma delle pensioni e l'aumento dell'età lavorativa, alla manomissione dell'articolo 18 dello statuto del lavoratore. Dal Fiscal Compact, o, meglio, il piano del rientro del debito pubblico che, consiste in un impegno pari a circa 45 miliardi di euro l’anno e che condannerà gli italiani a 20 o 30 anni di duro sacrificio. All'introduzione della norma del pareggio di bilancio in Costituzione che, rende tra l’altro inattivabili i diritti previsti da altri articoli della stessa Costituzione. Qualcuno potrebbe maliziosamente dire; ma che c'entra Monti o tutto questo con il PD pavese o con la città di Pavia? Beh signori, se questi misure non toccano i pavesi perché viviamo in un'isola felice, saremo disposti anche a chiudere un occhio! Ma quando il Partito Democratico pavese non esterna nemmeno un dissenso, un commento o un parere leggermente diverso riguardo a questi misure, qualche dubbio ci viene. E quando il PD pavese festeggia il 25 Aprile sotto l'aureola di Don Tassone, parroco dichiaratamente schierato con la destra, come dicevamo, qualche dubbio quantomeno ci pervade. E quando nel aprile scorso il PD si arrampica sui vetri per dare una spiegazione alla nomina di Alberto Artuso per il Cda di Asm, rimaniamo stupefatti. E quando il Partito Democratico assistito da tutte le forze di sinistra non mostra fermezza nel chiedere alla questura il lascia passare per il corteo ANTIFASCISTA in risposta all'aggressione subita da un ragazzo lo scorso 28 agosto in corso Strada Nuova e non vi partecipa nemmeno, allora c'è ben poco da spiegare. E quando il 18 settembre, il consigliere del PD Matteo Pezza, afferma durante la discussione sul PGT che, il suo partito sarebbe favorevole all'aumento dell'indice di edificabilità nelle aree dismesse rispetto a quello proposto dalla giunta Cattaneo (PDL-LEGA), rendendo di fatto, carta straccia, il documento elaborato con le forze del centro-sinistra, rimaniamo a bocca aperta!   Credo che a questo punto la nostra presenza all'interno di quel tavolo sarebbe quantomeno superflua se non addirittura incoerente. Ed è per tutte questi ragioni che diciamo con tutta la nostra forza, non moriremo democristiani e usciamo dal Tavolo Politico.   Tuttavia, da oggi in poi, ci impegneremo a fondo per la costruzione di una vera alternativa di sinistra per la città di Pavia. Un progetto alternativo, aperto a tutte le forze politiche, alle associazioni, alle donne e agli uomini che si riconoscono nei valori qui espressi. Ci rivolgiamo a tutta la città e a tutti coloro che non vedono in questa ipocrita messa in scena del Tavolo Politico una vera via d'uscita. Noi siamo usciti e stiamo già lavorando per l'alternativa, e voi?

Alaa Nasser

Segretario cittadino del PRC-FdS

domenica 23 settembre 2012

"Accorpamenti e spending review: stiamo buttando via il bambino per berci l’acqua sporca" Prc interviene nel dibattito sul riordino delle Province



SIENA. In questi giorni il dibattito sull’accorpamento delle province ha scatenato un’intensa opera di proposte e posizionamenti delle varie forze politiche ognuna impegnata nel lamentarsi dell’accorpamento e, al contempo, propagandare Siena come capoluogo di non si sa bene cosa (Grosseto?, Arezzo?, entrambe?)
Leggendo ad esempio il resoconto scaturito dall’iniziativa organizzata dal PD su questo tema, siamo rimasti confusi nel sentire dichiarazioni come quelle del responsabile provinciale degli enti locali Biagianti il quale, ci sembra di capire, veda con angoscia la mancanza di democrazia che si verrebbe a creare con l’istituzione di superorganismi composti da poche persone non elette dai cittadini e s’interroga con preoccupazione su come poter salvare e razionalizzare le funzioni e i servizi che attualmente svolgono le province. Siamo pienamente d’accordo ma… ci sembra di notare un’ipocrita schizofrenia nel sentir chiedere ai propri parlamentari di non appoggiare una riforma che hanno già provveduto a sostenere. Tutto ciò ha dell’assurdo e raggiunge il grottesco se ci sommiamo il fatto che non è carino fingere di preoccuparsi del corretto riordino dei servizi ai cittadini dopo aver votato in parlamento le “Disposizioni urgenti per la revisione della spesa pubblica” meglio nota come Spending Review, la quale non riduce per nulla selettivamente gli sprechi e la spesa pubblica inutile, come contestato dal nostro Partito al Presidente Monti nella sua giratina a Siena, ma serve ad aumentare i tagli agli Enti Locali, alla sanità, ai servizi.
Il Partito della Rifondazione Comunista è cosciente del sentimento di repulsione verso la politica che anima il popolo. E siamo anche coscienti di come ciò generi una confusa disattenzione verso i problemi della rappresentanza democratica che viene ormai disegnata dai media come un costo del tutto improduttivo. Se siamo giunti a questo, però, non è colpa della troppa democrazia (che per noi è controllo dal basso da parte dei cittadini sulle azioni degli eletti) bensì del suo esatto opposto. Come esempio di ciò possiamo portare le privatizzazioni di tutti quei servizi pubblici che venivano svolti dai lavoratori direttamente impiegati dai Comuni e le Province i cui costi potevano essere controllati mentre da anni si è moltiplicato a dismisura il ricorso alla creazione e al foraggiamento di appalti e, soprattutto, di società partecipate (per la Provincia di Siena parliamo di circa 20) che a loro volta hanno consigli di amministrazione che prevedono per i loro membri indennità di molte decine e in qualche caso di centinaia di migliaia di euro (pensiamo ai Presidenti di Apea, di SienAmbiente di Siena Casa, dell’Aeroporto di Ampugnano etc.) E’ evidente come questi enti derivati abbiano creato dei “postifici di lusso” ad uso indiscriminato dei partiti politici che gestiscono il potere.
Se quanto detto sin qui è il vero motivo fondante del sentimento generalizzato di antipolitica ci chiediamo come la soluzione a questi problemi possa essere la contrazione del numero delle province se ad essa corrisponde, ad esempio, il proliferare delle Unioni dei Comuni tanto care al PD e al PDL, anche'esse istituzioni delegate, elette dai consigli comunali e non sottoposte al voto ed alla partecipazione dei cittadini, in cui si rafforza la gerarchizzazione della politica e insieme la moltiplicazione degli enti e delle funzioni che creano posti di potere e costi aggiuntivi.

Le ragioni di fondo del nostro giudizio assai negativo sul provvedimento sono dunque chiarissime: in primo luogo, si tenta di azzerare il sistema di elezione democratica degli EELL, innalzando ulteriormente soglie di sbarramento e centralizzando tutti i poteri nei Presidenti; in secondo luogo, i tagli e il mutamento delle circoscrizioni provinciali (art.13 della Costituzione) lungi dal consentire risparmi – come indicato da un recente studio elaborato dal CERTET Bocconi – produrranno costi aggiuntivi per lo Stato e la Pubblica Amministrazione ingenerando caos e conseguenze pesanti per i lavoratori impiegati nei servizi (tanto più se in appalto) e i cittadini che di questi servizi avrebbero diritto di fruire come sancito costituzionalmente.
Infine, a proposito di PD e Costituzione, ci chiediamo come mai ben sette Regioni abbiano promosso contro l’art. 23 del DL 201/2011 un ricorso alla Corte Costituzionale ma tra queste non ci sia la Regione Toscana la cui Giunta ha scartato tale azione con l’unica contrarietà di Rifondazione Comunista. C'è da capire in questo quadro quali saranno le future mosse del Pd, se ci si fermerà alla “convegnistica” o se si farà realmente pressione sul Presidente della Regione Rossi per un'azione di contrasto all’implementazione di questo provvedimento.

Matteo Mascherini - Segretario Provinciale PRC Siena
Angela Bindi - Resp.le Provinciale Enti Locali PRC Siena

venerdì 21 settembre 2012

Il catastrofico day after per gli italiani


di Vladimiro Giacchè
Caso Ilva e caso Alcoa. Due storie molto diverse tra loro, che hanno però anche qualcosa in comune. In entrambi i casi, si tratta di ex imprese pubbliche che sono state privatizzate.
È un buon esempio di quanto pesino tuttora sulla nostra economia gli esiti delle privatizzazioni degli anni Novanta. Già questo sarebbe un ottimo motivo per occuparsene. Ma non è il solo. Oggi si torna a parlare della vendita di proprietà pubbliche per ridurre il debito. Sarebbe una buona idea? Capire cosa è successo venti anni fa può aiutarci a rispondere a questa domanda.
1) Dal 1992 al 2000 la gran parte dell’i n dustria di Stato e delle banche pubbliche è stata posta sul mercato. Si tratta del più ampio processo di privatizzazione mai realizzato in Occidente. La tecnostruttura guidata da Mario Draghi, all’epoca direttore generale del Tesoro (che mantenne la carica sotto 6 diversi ministri), privatizzò imprese statali per un valore di 220.000 miliardi di lire, oltre 110 miliardi di euro.
Questo rispondeva al primo obiettivo delle privatizzazioni: fare cassa per ridurre il debito pubblico ed entrare nel club della moneta unica. Anche se in molti casi sarebbe stato più conveniente per lo Stato mantenere il controllo delle imprese e incassare ogni anno un dividendo.
2) Ma c’era anche un secondo obiettivo: ridurre il ruolo dello Stato nell’economia e aumentare la concorrenza. Come scrisse Dario Scannapieco, membro del team di Draghi al Tesoro e oggi vicepresidente della Bei «si è sfruttata l’occasione offerta dalla necessità ed urgenza di rispettare gli stringenti vincoli esterni, imposti dalla partecipazione all’Unione Monetaria Europea, per avviare iniziative volte alla ridefinizione del ruolo dello Stato ed alla riforma, in senso maggiormente concorrenziale, dei mercati ». La prima cosa fu realizzata, la seconda no. Ma è proprio la presenza di concorrenti che costringe le imprese ad adottare comportamenti efficienti, mentre non esiste alcuna dimostrazione scientifica della maggiore efficienza dell’impresa privata rispetto all’impresa pubblica in quanto tale. Tra le società privatizzate vi erano monopoli naturali, per definizione non soggetti alla concorrenza (si pensi alle autostrade). In altri casi, non furono attuate le necessarie liberalizzazioni prima di privatizzare, e quindi le imprese privatizzate poterono godere di una rendita di monopolio.
Una ricerca condotta anni fa da Giovanni Siciliano sulle banche italiane privatizzate evidenziò dati deludenti sia in termini di produttività, che di redditività; a quest’u l timo riguardo le banche piccole non privatizzate andavano addirittura meglio di quelle privatizzate. Tanto da indurre lo stesso Siciliano a concludere: «È difficile dire se le privatizzazioni bancarie abbiano «funzionato».
3) Infine, il terzo obiettivo delle privatizzazioni: rafforzare con la quotazione in borsa delle imprese ex pubbliche il mercato azionario italiano, introdurre anche in Italia il modello della public company anglosassone (l’impresa quotata con un capitale distribuito tra molti azionisti), inducendo anche molte imprese private a quotarsi e dando vita così alla «democrazia economica dei piccoli investitori». Da questo punto di vista il fallimento delle privatizzazioni è stato pressoché totale. È vero che negli anni delle privatizzazioni i tre quarti della capitalizzazione di borsa furono costituiti da società ex pubbliche. Ed è vero che molti risparmiatori (e anche molti lavoratori delle ex imprese pubbliche privatizzate) parteciparono alle privatizzazioni. Ma già nel 2003 Luigi Spaventa, all’epoca presidente della Consob, osservò che «la maggior parte delle principali società private ad azionariato diffuso sono state oggetto di successive acquisizioni che hanno portato in alcuni casi al loro delisting [cancellazione dalla Borsa] o alla determinazione di un assetto di controllo fortemente concentrato».
Da allora, la concentrazione del controllo delle imprese quotate è ulteriormente cresciuta, pochissime società private si sono quotate e la capitalizzazione complessiva di Borsa a maggio 2012 è oggi inferiore al 20% del prodotto interno lordo (era maggiore nel 1996).
In compenso, molti nomi storici del capitalismo italiano si sono comprati imprese pubbliche in vendita. Rivolgendosi in particolare verso quelle che forniscono servizi di pubblica utilità. Il perché è presto detto: queste società rappresentano una fonte di profitti certa, che spesso può godere di una rendita di monopolio o di oligopolio. Si tratta per di più di una fonte di profitti sottratta non soltanto alle fasi alterne del ciclo (le bollette si pagano sempre), ma anche alla concorrenza internazionale.
A consuntivo, il risultato delle privatizzazioni per il sistema economico italiano è a dir poco deludente. La presenza del settore pubblico nell’economia si è ridotta al lumicino, ponendo la parola fine all’economia mista che aveva caratterizzato il nostro paese per molti decenni e privando lo Stato di strumenti fondamentali di politica industriale e anche di intervento nella congiuntura (si pensi al costo delle tariffe autostradali, o alla restrizione del credito alle imprese a cui stiamo assistendo).
In compenso, le privatizzazioni hanno rappresentato una provvidenziale scialuppa di salvataggio per capitalisti in difficoltà nel settore manifatturiero. Pirelli comprò Telecom nel 2001, quando entrarono in crisi i settori cavi e sistemi di telecomunicazione, Benetton lanciò l’offerta pubblica di acquisto sulle azioni Autostrade nel 2003, dopo aver chiuso il 2002 con un risultato operativo in calo del 15% e una perdita netta di 10 milioni di euro. Come scrisse anni fa Giangiacomo Nardozzi, «la grande stagione delle privatizzazioni ha sì lasciato la gran parte delle attività dismesse in mani italiane, ma a costo di indebolire lo slancio competitivo di importanti pezzi dell’industria, offrendo occasioni di più facili profitti». Se i primi undici anni del nuovo millennio hanno visto la crescita più bassa dal dopoguerra il motivo va ricercato anche in questo. Il consenso quasi unanime che le privatizzazioni hanno ricevuto in sede parlamentare è probabilmente uno dei motivi per i quali non si è mai sviluppato un effettivo dibattito sui loro effetti. «Pubblico» intende contribuire a colmare questa lacuna. E vuole farlo a partire da un punto di vista particolare. Le privatizzazioni sono state anche un processo che ha coinvolto milioni di lavoratori. La loro voce non è stata mai ascoltata.
Li invitiamo a raccontarci le loro storie dopo essere diventati piccoli azionisti ed aver partecipato ai collocamenti di aziendei di Stato. A dirci in che modo le privatizzazioni hanno cambiato la loro impresa, il loro lavoro e la loro vita. Come è andata a finire? 
Scrivetecelo sulla mail redazione@pubblico.eu

pubblico 20 settembre 2012

mercoledì 5 settembre 2012

CONTINUA LA MACELLERIA SOCIALE


CONTINUA LA MACELLERIA SOCIALE

Dopo la riforma delle pensioni, la devastante riforma del mercato del lavoro, l'IMU sulla prima casa, l'aumento dell'IVA, l'aumento delle tasse sulla benzina.... ora il governo Monti si inventa una nuova devastante manovra che dietro l'innocuo nome di “spending review” cela un mare di tagli indiscriminati allo stato sociale ed ai servizi pubblici essenziali.
La sanità  e l'istruzione saranno i settori più colpiti assieme agli enti locali, provocando un peggioramento dei servizi ed un serio aumento dei costi per gli utenti.

Nel testo definitivo varato dal Consiglio dei Ministri, fra le altre cose  colpiscono:

-tagli per 7,2 miliardi a regioni (3,2 mld), comuni (2,5 mld) e province (1,5 mld) che renderanno impossibile l'erogazione dei servizi attualmente gestiti e le agevolazioni per i cittadini meno abbienti;

-tagli per 5 miliardi alla sanità che significano la chiusura di molti ospedali, la riduzione di  decine di migliaia di posti letto, l'aumento dei tempi di attesa (già molto lunghi) per prestazioni specialistiche;

-riduzione del 10% dei dipendenti pubblici con la conseguente riduzione degli orari di apertura degli uffici, oltre alla creazione di molte decine di migliaia di nuovi disoccupati.

La “spending review” è l'ennesima vergogna prodotta dal governo trasversale dei partiti del grande capitale finanziario (PD, Pdl UDC...) che continua a colpire la grande maggioranza della popolazione senza intaccare le rendite di banchieri e speculatori.
Vergogna che stride ancor di più col contemporaneo ulteriore  rifinanziamento deciso dal governo delle missioni militari all'estero, del pozzo senza fondo (da 15 miliardi di euro) del progetto dei cacciabombardieri F-35, delle grandi opere inutili che resteranno incompiute, come la TAV in Val di Susa....




Circolo “G.K.Zhukov” PRC Poggibonsi

FERMIAMO LA SPECULAZIONE



FERMIAMO LA SPECULAZIONE

La speculazione finanziaria non è un fenomeno naturale né inevitabile. E' il prodotto delle politiche assunte dall'Unione Europea, che hanno impedito alla BCE di rifinanziare direttamente gli stati, ma la obbligano, invece, a prestare denaro alle banche private a tassi d'interesse irrisori (sotto l'  1%) e costringono gli Stati a vendere i propri titoli alle stesse banche, che si fanno pagare interessi altissimi (intorno al 6% e oltre).
I governi che si sono succeduti in Italia, come in molti altri altri paesi europei, invece di contrastare questo problema, hanno usato la minaccia della speculazione (cioè della mancata vendita dei propri titoli sul mercato e del conseguente default) come una clava per far accettare ai popoli europei  controriforme devastanti, utili soltanto ai banchieri ed ai grandi capitalisti,  dalla riduzione dei diritti dei lavoratori (e quindi dei salari), alla riduzione del costo delle pensioni, alla distruzione del welfare  con la privatizzazione dei servizi.
Queste riforme, peggiorano drasticamente il tenore di vita dei popoli, riducono la loro capacità di spesa, e quindi aggravano la crisi dell'economia reale. L'assenza di profitto nei settori produttivi produce nuova speculazione finanziaria, in un circolo vizioso che sta spingendo l'Europa verso il baratro.....

RIFONDAZIONE COMUNISTA SI BATTE, INSIEME AGLI ALTRI PARTITI DELLA SINISTRA EUROPEA (dal Front de Gauche a Syriza, dalla Linke a Izquierda Unida) PER   ELIMINARE ALLA RADICE IL RICATTO DELLA SPECULAZIONE  SUL DEBITO PUBBLICO, TRASFORMANDO LA BCE IN UNA BANCA CENTRALE EFFETTIVA (come la FED negli USA o la Banca Centrale cinese), IN GRADO DI ACQUISIRE DIRETTAMENTE I TITOLI DEGLI STATI SUL MERCATO PRIMARIO AL TASSO UFFICIALE DELLO 0,75%.

Circolo “G.K.Zhukov”  PRC Poggibonsi

giovedì 30 agosto 2012

Ex segretario del Pd a Palermo scrive a Bersani

di Ninni Terminelli
Caro Segretario,
Il PD e' stato la piu' grande delusione della storia del mio impegno politico. Scrivo questa lettera per comunicare le dimissioni da qualsiasi carica ricoperta nel partito e la mia decisione di lasciare il PD.
Il PD aveva il progetto di unire differenti culture politiche per costruire non un nuovo partito, ma un partito nuovo. Il risultato e' che oggi non esistono piu' i partiti che diedero vita al PD e non esiste il PD.
Il partito, e la Sicilia ne e' un emblema drammatico, ha assunto la forma di una SPA.Una brutta e vecchia organizzazione di stampo feudale, ridotta a Palermo ad un coordinamento di comitati elettorali che non a caso hanno portato il PD ad un penoso e irrilevante 7 per cento contro il 23 per cento delle ultime europee e il 17 per cento delle ultime provinciali, quando ancora mi trovavo alla guida del partito palermitano. 
Tutto questo avviene spesso nei territori nel silenzio di un partito nazionale, impegnato a governare un'innegabile complessità , ma che sempre di più ha abbandonato i territori, a irrisolte beghe e divisioni che spesso logorano giorno per giorno i dirigenti , sottoponendoli in disprezzo a qualsiasi regola politica e di partito e a volte perfino statutaria, ad un processo di lenta e graduale delegittimazione per arrivare alla loro fisiologica rinuncia, sotto i colpi di un correntismo da prima repubblica e da vecchia e brutta DC.
A Palermo, dove non si riesce piu' ad organizzare per veti incrociati nemmeno una Festa Democratica, lo scorso maggio si e' consumato uno scempio politico ed elettorale che ha sterminato un'intera classe dirigente locale, a cui non e' seguito a distanza di mesi alcun intervento del gruppo dirigente nazionale, se non per tutelare i segretari in carica che hanno portato il partito al minimo storico, al di sotto delle percentuali che raggiungevano i Ds e la Margherita.
A tutto questo si aggiunge una nuova vigilia elettorale in Sicilia con un partito sganciato dalla sinistra, dal centrosinistra e dalla realta' della societa' siciliana e ad alleanze con UDC e nuovi poli che sconvolgono elettori gia' disorientati e stanchi.
In queste condizioni e' impossibile andare avanti!E a questo punto non intendo più' dare il mio impegno e il mio tempo ad un partito diventato cosi' sordo e lontano da tanti dirigenti che con dedizione e passione hanno dato i migliori anni della loro vita al partito.
Questa opinione cresce nei territori e attraversa tanti iscritti che si sentono delusi e traditi.
Sottovalutare questo fenomeno dilagante e' un errore grave e una colpa storica.
Io dico basta e mi fermo qui affidando alle forme del movimentismo la prosecuzione del mio impegno politico.
Cordialmente 
Ninni Terminelli